E’ inutile girarci intorno, gli Houston Rockets sono una delle squadre più attese alla ripresa dell’NBA, fissata in calendario per il 30 luglio. Perchè coach Mike D’Antoni ha deciso di estremizzare il suo concetto di small ball: ha fatto piazza pulita di centri e lunghi, rendendo il roster dei texani una ‘Banda Bassotti’. Con PJ Tucker falso centro, ‘dall’alto’ dei suoi 196 centimetri di altezza. Uno small ball che punterà tutto sul talento delle due superstar James Harden e Russell Westbrook.
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Ripresa NBA, alcuni giocatori e GM non convinti: i protocolli sembrano non bastare
Scritto da Bucci Lorenzo
La NBA pronta alla ripresa, e sembra essere in procinto nel prendere una decisione. Si torna a giocare, con un formato a 22 squadre. La data verrà fissata, con molta probabilità, al 31 luglio e si giocherà nel Walt Disney World Resort a Orlando, secondo Adrian Wojnarowski di ESPN. Una notizia fantastica per tutti i fan, meno per alcuni giocatori. Alcuni infatti sembrano ancora titubanti sul tornare in campo, soprattutto per i protocolli presi dalla lega.
Con la pandemia da coronavirus ancora in corso, bisogna essere molto cauti: “La maggior parte dei ragazzi sono eccitati, entusiasti, vogliono tornare là fuori. Almeno il 95% la pensa così… Poi ci sono giocatori che la pensano diversamente: “Beh, nulla è cambiato, non c’è cura , non esiste un vaccino, perché dovremmo tornare a giocare adesso? ” Onestamente, la risposta sono i soldi. Il motivo principali, sia dei proprietari che dei giocatori. E potrebbero esserci giocatori che diranno: “Per me non vale la pena rischiare”.” Questo quanto riportato da Sean Deveney di Heavy.com.
Formato e protocolli per la ripresa della stagione NBA
Il formato a 22 squadre sarebbe così composto: 13 squadre per la Western Conference e 9 per la Eastern Conference.
Ogni squadra giocherà 8 partite di Regular Season, e una volta finite ci sarà uno scontro diretto, in formato play-in tra l’ottava e la nona classificata per l’accesso ai playoffs nel caso in cui ci sia un distacco inferiore alle 4 partite tra le due squadre. Woj ha aggiunto anche che: “la NBA e la National Basketball Players Association stanno negoziando i dettagli per il ritorno in campo e per i protocolli di sicurezza da rispettare. Giocatori e membri dello staff potranno giocare a golf e mangiare in ristoranti all’aperto, ma dovranno comunque rispettare le regole che verranno imposte dalla lega, come il distanziamento sociale. Inoltre nessun membro dello staff potrà entrare nelle stanze dei giocatori e i corridoi saranno gestiti in modo da evitare eventuali assembramenti”.
Molto probabilmente verranno effettuati tamponi giornalieri sia ai giocatori che ai membri dello staff, e nel caso in cui qualcuno risulti positivo verrà immediatamente messo in quarantena. Questi protocolli dovrebbero alleviare le preoccupazioni nell’ambiente NBA, ma gli scettici restano. Anche alcuni GM hanno espresso, in forma anonima, le loro preoccupazioni, soprattutto per i membri dello staff che sono più avanti con l’età.
Bisognerà rispettare con estrema accortezza tutte le regole, per far in modo che questa stagione venga terminata senza ulteriori rischi.
La NBA ha condotto un sondaggio tra gli executive delle 30 squadre, per valutare le due opzioni principali per i playoffs e sul formato con cui la stagione 2019\20 dovrebbe riprendere, e la maggior parte degli intervistati preferisce i play-in.
Il quesito informale era tra un torneo di play-in per dare alle squadre che al 12 marzo erano ancora in lotta per un posto ai playoffs la chance di tentare la qualificazione, ed un sistema a gironi sul modello dei tornei di calcio (un modello chiamato “world cup style” dai media USA”). Il 75% degli executive intervistati ha detto di preferire la prima soluzione, meno drastica e più familiare con lo sport americano rispetto ad una fase a gironi.
NBA, per il nuovo formato playoffs addio alle conference?
Tra le questioni affrontate nel sondaggio, anche la possibilità di espandere i roster delle squadre per i playoffs, mentre è interessante rilevare come la metà degli executive si è detta favorevole a saltare quel che resta della regular season per passare direttamente ai playoffs. Sul reeseding della griglia della post-season in base al solo record, per cui senza tenere conto delle conference di appartenenza, la maggioranza si è espressa a favore.
I risultati del sondaggio non sono in alcun modo vincolanti ne formali, il Commissioner NBA Adam Silver terrà nella giornata di venerdì una call conference col board of governors della lega, una conferenza dalla quale non si attende comunque ancora una decisione definitiva.
Nei progetti di Adam Silver, la stagione NBA dovrebbe ripartire entro al fine di luglio al Walt Disney World Resort di Orlando, Florida, nel complesso di Disney World in una “bolla” isolata, per garantire la sicurezza di atleti, staff ed operatori
NBA, ipotesi tabellone per la ripresa: niente più divisione in Conference?
Scritto da Francesco Catalano
Ormai la ripresa della NBA è percepita sempre di più come una certezza. Il periodo indicato per riprendere la stagione 2019/20 sembra essere metà luglio, dopo che le squadre abbiano così avuto l’opportunità di svolgere un mese di mini training camp per tornare in campo competitive.
E’ stata anche definita la sede che ospiterà il finale di questa stagione anomala. Fin da subito, l’opzione “bolla” è parsa la più convincente. La scelta della location giusta era in dubbio tra Las Vegas e il Disney World resort di Orlando. Alla fine ha prevalso proprio quest’ultimo che vanta un complesso di strutture alberghiere e campi da basket veramente all’avanguardia.
Un altro dei nodi da sciogliere sulla ripartenza è riguardo il formato che si vorrà adottare. Riprendere la stagione da dove ci si era fermati, partire subito dai playoffs o giocare qualche partita di regular season per far riprendere ritmo ai giocatori? Giocare i playoffs al meglio delle 5 o 7 gare? In più, nelle ultime ore ha preso piede come possibilità anche un nuovo format per i playoffs che eliminerebbe la solita divisione fra Est ed Ovest.
Dato che la straordinarietà di questa situazione eliminerebbe il problema degli spostamenti da una costa all’altra, si sta pensando di organizzare la post-season come un tabellone di tennis. Ovvero creando un tabellone in base alle teste di serie, senza divisioni fra le due Conference.
Ecco quale sarebbero eventualmente gli accoppiamenti:
- (1) Milwaukee Bucks – (16) Orlando Magic
- (8) Miami Heat – (9) Oklahoma City Thunder
- (4) Los Angeles Clippers – (13) Dallas Mavericks
- (5) Boston Celtics – (12) Philadelphia 76ers
- (3) Toronto Raptors – (14) Memphis Grizzlies
- (6) Denver Nuggets – (11) Indiana Pacers
- (7) Utah Jazz – (10) Houston Rockets
- (2) Los Angeles Lakers – (15) Brooklyn Nets
Questa possibilità è stata nelle ultime ore sostenuta anche da Brian Windhorst di ESPN. “Penso davvero che ci sia una buona possibilità che ci saranno dei playoffs a 16 squadre. E’ una cosa che Adam Silver brama da tempo: impostare delle teste di serie dalla 1 alla 16. In questo modo non ci sono scusanti legate al viaggio o a qualcos’altro.”
“Per passare c’è il bisogno del voto dei proprietari. Ma non c’è occasione migliore per verificare se sia interessante e per vivacizzare l’ambiente”. Nel caso questa proposta diventi davvero realtà, molte cose cambierebbero e sarebbe una modifica sostanziale per quanto riguarda la post-season.
Tuttavia, questa opzione sembra essere qualcosa di più di una possibilità. La notizia è emersa da poche ore, quindi ancora non c’è stato un feedback da parte di giocatori e front office. In ogni caso l’idea potrebbe stuzzicare più di qualche persona.
Nel frattempo, i giocatori non vedono l’ora di tornare in campo per giocarsi il titolo in palio. Lo ha dichiarato esplicitamente il presidente esecutivo della NBPA, l’associazione dei giocatori, Michele Roberts. L’unica cosa che davvero interessa ai suoi rappresentati in questo momento è tornare a giocare. Infatti, nella giornata di venerdì la NBPA avrà un colloquio con il board of governors della NBA per definire gli ultimi dettagli e per fare un decisivo passo in avanti.
Se tutto andrà per il meglio, è possibile che già da lunedì prossimo le squadre chiamino a raccolta i loro giocatori per iniziare ufficialmente la preparazione in vista della ripartenza. Nel frattempo, già numerose franchigie hanno riaperto le loro sedi d’allenamento per permettere ai loro giocatori di riprendere già la palla in mano. Un messaggio chiaro in questa direzione arriva proprio da LeBron James che attraverso il suo profilo Instagram ha espresso l’impazienza di tornare sul parquet.
“Avete visto alcuni report di executive ed agenti che vogliono cancellare la stagione? Non è assolutamente vero. Non appena sarà possibile, finiremo la stagione. Io sono pronto ed anche la mia squadra lo è. Nessuno cancellerà niente”.
Saw some reports about execs and agents wanting to cancel season??? That’s absolutely not true. Nobody I know saying anything like that. As soon as it’s safe we would like to finish our season. I’m ready and our team is ready. Nobody should be canceling anything. ?
— LeBron James (@KingJames) April 30, 2020
NBA, Charles Barkley sicuro: “Si gioca al 100%” ma se un giocatore risulta positivo?
Scritto da Michele Gibin
A Charles Barkley non manca il coraggio delle affermazioni coraggiose, neppure se si tratta di dare percentuali sulla probabilità per la NBA di riprendere la sua stagione, ferma dallo scorso 12 marzo.
Barkley si dice sicuro al 100% che la NBA tornerà in campo per concludere l’annata, e si spinge oltre: “La decisione arriverà la settimana prossima, e conosco persone nel baseball che dicono che giocheranno al 100%. Anche nell’hockey, si tornerà a giocare presto, credo. Per il football? Credo che ci sarà da aspettare e vedere. Ho parlato con i miei capi a Turner (la compagnia proprietaria di TNT, ndr) e si dice che si gioca. In florida a Orlando o a Las Vegas“.
Non è un segreto ormai che la NBA stia preparandosi per un ritorno in campo in estate, per la seconda metà di luglio e ad Orlando, al Walt Disney World Resort. Una struttura potenzialmente adatta ad accogliere il basket NBA per settimane, ma i nodi logistici da sciogliere – in primis riguardo alla sicurezza di atleti ed operatori – son tanti, mentre il tempo stringe.
Dopo il passo in avanti della lega su Orlando, è toccato alla NBPA (l’associazione giocatori) sondare il terreno con gli atleti di tutte le squadre sulla proposta della NBA. Come riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, in queste ore Michele Roberts sta conducendo delle call conference con tutti i team per illustrare ai giocatori tutti i dettagli noti del piano per la ripresa a Orlando.
The NBPA’s Michele Roberts is conducting team-by-team conference calls with players, detailing talks with NBA on formats for resumption of play in Orlando, financial implications of those options and gathering feedback, sources tell ESPN.
— Adrian Wojnarowski (@wojespn) May 25, 2020
La volontà generale dei giocatori, che sarebbero tra i più danneggiati a livello economico se la stagione venisse cancellata, è quella di riprendere, ma ci sono da attendere discordanze sul formato e su eventuali esclusioni di squadre ad oggi indietro in classifica. Le possibilità di riprendere da dove si era lasciato, con circa 18-20 partite di stagione regolare per squadra ancora da giocare, paiono oggi esigue.
Charles Barkley: “Se un giocatore positivo, squadra ritirata”
Piani di ripresa e possibili formati che però dovranno fare i conti con la realtà. La realtà di una epidemia ancora attiva in tante zone degli Stati Uniti, e con la necessità di applicare test rapidi e affidabili a tutti gli ospiti della tanto teorizzata “bolla” di Orlando, isolata dal mondo esterno.
Che fare se, magari nel mezzo di una serie di playoffs, un giocatore dovesse risultare positivo al virus? “Non si potrebbe certo fermare tutto“, dice Charles Barkley “Se accadesse, semplicemente quella squadra dovrebbe lasciare. L’intera squadra sarebbe messa in quarantena e fuori dai playoffs. La chiave saranno i giocatori: in campo, il distanziamento sociale non è possibile, ma il rischio è fuori: gli atleti staranno in hotel per tutto il tempo, ma chi ci lavora e tiene ad esempio le stanze andrà a casa tutti i giorni dopo il lavoro, e cosa potrebbe accadere? E il servizio in camera? Ci sono tanti fattori da considerare“.
A metà marzo, Barkley aveva reso noto di essersi sottoposto al test per il coronavirus dopo alcuni giorni di malessere, test che aveva dato per fortuna esito negativo.
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A ormai 20 giorni dalla sospensione a tempo indeterminato della stagione per l’emergenza coronavirus, la NBA pare oggi “determinata” ad avere comunque una squadra campione 2020, e studia il formato più adatto alle nuove circostanze per portare a termine il campionato.
Il modello attualmente preferito sarebbe quello che preveda un finale di stagione in una unica location, rigorosamente a porte chiuse per gli ovvi motivi sanitari, con 16 squadre partecipanti e un “preludio” ai playoffs di non più di 5-7 partite, prima di una post-season accorciata e con serie al meglio delle 3 partite (sussiste ad oggi l’idea di un tabellone tennistico a partita “secca”). Las Vegas o le Bahamas le location individuate dalla NBA in maniera preliminare, idee a cui si è aggiunta la prospettiva di tenere l’eventuale torneo nel midwest, area degli Stati Uniti solo relativamente toccata dal contagio.Opzioni diverse per portare a termine la stagione restano comunque sul tavolo.
Tra 10 gironi scadrà il periodo dei 30 giorni di chiusura ordinati dal Commissioner Adam Silver, e per quella data squadre e NBPA saranno aggiornate sullo stato delle cose. Appare però sin da oggi definitivamente caduta l’ipotesi di riprendere da dove si era lasciato, ovvero dalle circa 20 partite a testa per squadra (129 in totale) ancora da giocare: questo significherebbe stagione chiusa per i team di bassa classifica ed una off-season insolitamente lunga. L’idea di partire direttamente dai playoffs non avrebbe entusiasmato i giocatori (piuttosto forte l’opinione di LeBron James dei Los Angeles Lakers a riguardo, ad esempio).
Toccare comunque quota 70 partite di regular season aiuterebbe la NBA a rispettare i contratti TV con le tante emittenti regionali che trasmettono le gare, come riportato da Marc Berman del NY Post, ad oggi lo scenario ideale vede la ripartenza della stagione per giugno, al massimo inizio luglio, ed una posticipazione a dicembre dell’inizio della stagione 2020-21, un altro punto su cui le trattative tra NBA, squadre e giocatori e network saranno particolarmente delicate.
Nessuna decisione verrà presa però senza il via libera delle autorità sanitarie in materia di assembramenti ed eventi, il governo degli Stati Uniti ha recentemente prorogato fino alla fine di aprile le forti misure di contenimento, chiusura e distanziamento sociale.
La decisione, definita fulminea da Adam Silver, di sospendere la stagione NBA 2019/20 dopo la notizia della positività al test per il virus Sars-CoV2 di Rudy Gobert degli Utah Jazz, ha funzionato per la società americana da spartiacque, da evento che – assieme al numero crescente di contagi ed alle notizie sempre più pesanti in arrivo dall’Europa e dall’Italia – ha fatto conoscere agli americani la serietà della situazione.
Affrontare una pandemia ed un virus contagioso, del tutto nuovo e per il quale nessun essere umano disponeva di memoria e anticorpi, ha significato per l’intero globo un rallentamento globale: rallentamento delle persone, della vita sociale, dell’economia, delle attività produttive e del superfluo, come le pur milionarie leghe sportive professionistiche. Alla chiusura sine die (prima due settimane per la quarantena dei possibili contagiati da Gobert, poi 30 giorni almeno, ora chissà) della NBA sono seguite le serrate di NCAA, NHL e di tante leghe pro. I training camp MLB sono stati rimandati e l’inizio della stagione è ora rimandato a data da destinarsi, la NBA ha ordinato alle squadre di chiudere le facility di allenamento (dopo averle lasciate aperte per giorni) e guadagnato tempo per seguire il classico “evolversi della situazione”.
Tutte le decisioni e valutazioni che Adam Silver e la NBA stanno facendo in queste ore hanno una sola idea guida: salvare almeno parte della stagione, ma non a tutti i costi, e solo col via libera delle autorità sanitarie nazionali. Sulle modalità e tempi di una eventuale ripresa, ad oggi solo ipotesi, che devono tenere conto di una precisa scaletta di eventi (ormai travolta) estivi, che riguardano sia la NBA che lo sport mondiale.
Draft, free agency, durata e scadenza dei contratti, porte chiuse e necessità di giocare le partite in impianti più piccoli. E poi ancora: finire la stagione regolare? Decretarla chiusa allo scorso 11 marzo e da lì (sempre eventualmente) ripartire con i playoffs? E le Olimpiadi di Tokyo? Persino quel museo delle cere che è il calcio europeo ha deciso di spostare Euro 2020 al 2021, possibile che il CIO getti davvero la spugna, senza che venga costretto a farlo?
Scenario n.1: si gioca!
Sconfitta che rischia di costare cara nella corsa playoffs per i Pelicans, che allo Smoothie King Center di New Orleans cadono per 139-134 contro i Minnesota Timberwolves di un super Malik Beasley.
I Pels subiscono 44 e 37 punti rispettivamente nel secondo e terzo quarto, i Twolves mandano in doppia cifra ben 8 uomini (23 punti con 8 assist per D’Angelo Russell, 19 punti con 6 rimbalzi e 5 assist per un ritrovato James Johnson) e chiudono con il 55% dal campo. Per i Pelicans non bastano i 25 punti con 8 rimbalzi e 4 recuperi difensivi per Zion Williamson, e la grande serata al tiro per Lonzo Ball che chiude con 7 su 10 da dietro l’arco dei tre punti, per 26 punti finali.
Serata no in difesa per i Pelicans, disattenzione che una squadra il lotta per un posto ai playoffs non può permettersi: “Non siamo stati in grado di marcare nessuno, non si può sempre sperare di correre su e giù per i campo e segnare un punto in più degli avversari. Una partita che ci servirà da lezione, non possiamo permetterci cali di attenzione“, così coach Alvin Gentry.
I New Orleans Pelicans giocheranno tra martedì e mercoledì il loro primo back to back da quando Zion Williamson ha fatto il suo debutto stagionale. E la situazione senza margini di errore per i Pels potrebbe spingere la squadra schierare la sua giovanissima star anche in due partite consecutive, nonostante la volontà iniziale di evitarle. La squadra non ha comunicato formalmente l’assenza di Williamson dalla partita di mercoledì notte, e la decisione di schierarlo contro i Dallas Mavericks di Luka Doncic e Kristaps Porzingis arriverà solo all’ultimo minuto, dopo il parere dello staff atletico.
“Ed abbiamo una grande staff atletico“, così Zion “Faremo un po’ di esercizi di recupero, sarò pronto per giocare“.
I Pelicans (26-35) hanno oggi tre partite da recuperare ai Memphis Grizzlies ottavi, e davanti a Zion Williamson e compagni vi sono ancora San Antonio Spurs, Sacramento Kings e Portland Trail Blazers, che dovrebbero recuperare la star Damian Lillard per l’ultimo sprint.
In una manciata di partite, Zion Williamson è già diventato fondamentale per le speranze di playoffs per i New Orleans Pelicans. Una qualificazione ai playoffs che sarebbe un traguardo importante per la squadra, alla prima stagione dopo l’addio di Anthony Davis e dopo una partenza ad handicap in regular season.
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Con la sconfitta degli Washington Wizards contro i Chicago Bulls di domenica, i Milwaukee Bucks diventano la squadra più rapida negli ultimi 15 anni NBA a raggiungere la qualificazione matematica ai playoffs.
Ben 55 giorni prima dell’inizio della post-season, i Bucks (48-8), oggi primi nella Eastern Conference, si assicurano dunque un posto ai playoffs per la quarta stagione consecutiva, e restano in gioco per superare il miglior record stagionale della loro storia, il 66-16 con cui nel 1970\71 i Bucks di Lew Alcindor (futuro Kareem Abdul-Jabbar) chiusero la stagione regolare.
Quei Bucks avrebbero poi vinto il titolo NBA in finale contro gli Washington Bullets, per 4-0.
I Milwaukee Bucks 2019\20 sono oggi in ritmo per diventare solo la terza squadra NBA a raggiungere quota 70 vittorie in regular season, dopo i Chicago Bulls 1995\96, ed i Golden State Warriors 2015\16 che detengono il record con 73 vittorie e 9 sconfitte.
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Come cambierà la regular season NBA? Ecco la proposta completa della lega
Scritto da Francesco Schinea
Continua a tener banco la questione relativa alla possibile riforma della NBA riguardo la struttura della regular season e dei playoffs.
Il forte calo degli ascolti televisivi, scesi del 15%, ha spinto il commissioner della lega statunitense, Adam Silver, ad inviare negli scorsi giorni alle 30 franchigie le nuove proposte per la stagione 2021/22. Come riportato da Shams Charania di The Athletic, ecco tutti i punti della riforma che di fatto rivoluzionerebbe il basket NBA.
Come cambierà la regular season NBA? Torneo infra-stagionale e riduzione delle partite
L’attesissima novità riguarda proprio l’aggiunta di un torneo nel mezzo della regular season, in modo da risollevare l’entusiasmo degli appassionati nei periodi “meno spettacolari” della stagione (novembre/dicembre).
Saranno otto le squadre partecipanti, determinate attraverso i record ottenuti fino a quel punto della regular season. Sei di queste saranno rappresentate dalle vincitrici di ogni Divisione, a cui saranno aggiunte due wildcard.
Il torneo di svilupperà sulla formula dell’eliminazione diretta, cioè partite di quarti di finale, semifinali e finale secche. Le ultime due sfide saranno disputate su campo neutro, mentre i quarti di finale in casa della squadra con il record migliore. Per incentivare la competitività si sta inoltre seriamente pensando di aggiungere un premio in denaro di 1 milione di dollari a giocatore, per la squadra vincente della competizione.
Conseguentemente all’aggiunta del torneo infra-stagionale si verificherà una riduzione dei match di regular season, che passeranno a 78 dagli 82 attuali.
Le modifiche alla struttura dei playoffs
Pur senza rivoluzioni, si preannunciano cambiamenti importanti anche in chiave playoffs, che potrebbero diventare ancora più spettacolari, soprattutto nelle proprie fasi finali.
La prima grande novità riguarda però l’accesso alla post-season, con l’aggiunta di due tornei, uno per ogni Conference, che stabiliranno la settima e l’ottava squadra qualificata.
Vi prenderanno parte quattro squadre per Conference tra quelle che hanno conquistato una posizione fra la settima e la decima in regular season. La settima franchigia affronterà l’ottava per conquistare il settimo posto nella griglia playoffs. Chi uscirà sconfitta da tale sfida si scontrerà invece con la vincitrice del match fra nona e decima, in una partita valevole per ottenere l’ultimo slot possibile per i playoffs.
A rendere più avvincente la post-season potrebbe essere tuttavia la proposta di abolizione della classica divisione fra Est ed Ovest. Non si tratta di una riforma “totale” come molti si aspettavano. Ciò non vedrà coinvolte infatti tutte le 16 squadre qualificate, bensì solo le ultime quattro.
Niente più dunque certezza di una finale tra franchigie di Conference diverse, con la possibilità invece di partite che verranno coinvolte le due effettive migliori squadre della lega.
Va ricordato che per ogni riforma, la NBA avrà bisogno del voto favorevole dei due terzi (23 su 30) delle squadre, e dell’Associazione Giocatori (NBPA).
Celtics: tutti gli strali di Kyrie Irving, l’uomo che voleva essere un leader
Scritto da Michele Gibin
La stagione 2018\19 dei Boston Celtics e di Kyrie Irving, una “corsa sulle montagne russe” come definita da coach Brad Stevens, e terminata alla quinta partita di semifinale di conference contro i Milwaukee Bucks, ha avuto una sola costante.
Le parole, le emozioni e gli strali dell’ex giocatore dei Cleveland Cavs.
Kyrie Irving che ha appena terminato la sua peggior serie di playoffs in carriera, una serie giocata “a parte”, al contrario di quanto necessario contro una squadra tutta difesa ed atletismo come i Bucks di Giannis Antetokounmpo. Un Kyrie Irving improvvisatore in attacco (35.2% al tiro, 22.7% al tiro a tre punti, 3.6 palle perse di media in 5 partite), ancora – incredibilmente – più improvvisatore in difesa ed ancora più incredibilmente sfrontato ed orgoglioso tra una partita e l’altra.
Celtics defensive decisionmaking in the 4th was a bit confusing. Kyrie points to Morris to guard Middleton here so he can take…Giannis? pic.twitter.com/Wu4gfQK2vj
— Brian Robb (@BrianTRobb) May 7, 2019
I Milwaukee Bucks, superiori in tutto in campo, hanno faticato solo nel comprendere quanto “cotti” mentalmente fossero i Boston Celtics ancora prima di incominciare.
Pochi minuti dopo la fine di gara 5, Terry Rozier ha dichiarato di aver sostanzialmente iniziato da mesi a contare i giorni che lo separavano dalla fine della stagione. Il fiero Marcus Morris ha dichiarato di non avere mai trovato una risposta alle disfunzionalità della squadra. I Celtics si sono appoggiati alla roccia Al Horford, il solo in grado con la sua sola rassicurante presenza di tenere a galla emotivamente i suoi compagni, immersi nella crisi di Gordon Hayward, nelle esitazioni di Jayson Tatum e nell’impazienza dello scalpitante Jaylen Brown.
“Sapevo sin da subito che sarebbe stata dura quest’anno” Coach Brad Stevens pochi giorni fa a Tim Bontemps di ESPN “Ma già ad ottobre tutte le potenziali difficoltà che avremmo incontrato si sono presentate tutte assieme: si, sarebbe stata durissima“.
Celtics, gli strali i Kyrie Irving
E’ bene ricordare: Kyrie Irving ha giocato due stagioni a Boston, sebbene la portata ed il peso dell’annata appena conclusa abbiano cancellato dagli archivi la stagione 2017\18, finita prima del tempo per un problema al ginocchio sinistro. Con Irving ai box, i giovani Celtics raggiunsero le finali di conference e persero solo alla settima partita contro i “LeBron James Cavaliers”, mostrando al mondo il talento di Jayson Tayum – il nuovo Paul Pierce – di Jaylen Brown e di “Scary” Terry Rozier.
Sulle aspettative che quella sorprendente stagione generò, e sull’assunto che a quel nucleo sarebbe bastato re-introdurre Kyrie Irving e lo sfortunato Gordon Hayward per vincere – seguendo l’enunciato del Principe DeCurtis che “è la somma che fa il totale” – si è scritto e detto tanto.
Ciò che la prima e quieta stagione di Kyrie Irving non aveva suggerito ad alcuno sarebbe però stato il diluvio di pose, dichiarazioni, cambi d’umore e flussi di coscienza a microfoni aperti che avrebbe scandito l’anno II in bianco-verde del campione NBA 2016.
“il mio piano è rifirmare con i Celtics”
Un giocatore di basket è prima di tutto un uomo.
Irving perse la madre Elizabeth quando il ragazzo aveva solo quattro anni. Elizabeth fu adottata da bambina da una famiglia Sioux che viveva nella Riserva di Standing Rock, e la nonna materna ed i bisnonni del giocatore dei Celtics erano di origine Sioux, e lo scorso agosto Kyrie ricevette il grande onore di diventare a tutti gli effetti un membro della grande Nazione Sioux, dopo anni di attivismo ed iniziative di beneficenza a favore della causa Nativa.
Anche sotto tali auspici era iniziato il 2018\19 di Kyrie Irving, che arrivato nell’anno del contratto aveva dichiarato già in ottobre, a due settimane dall’inizio della stagione, come il suo piano fosse quello di rifirmare con i Boston Celtics, l’estate seguente.
“Jaylen Brown e Jayson Tatum devono abituarsi alla pressione”
Pronti, via, ed i Celtics sono subito zoppicanti: Toronto Raptors e Milwaukee Bucks hanno già allungato, mentre Boston non riesce a mettere in serie due vittorie consecutive ed a fine novembre è ferma a 9-7, dopo una sconfitta casalinga contro gli Utah Jazz.
L’attacco Celtics è agli ultimi posti della lega, Jaylen Brown e soprattutto Jayson Tatum faticano ad esprimersi al livello dell’anno precedente (ergo, non sanno dove mettersi, letteralmente). Kyrie Irving cerca di stimolare i giovani compagni, ricordando loro come la pressione mediatica e difensiva nei loro confronti non avrebbe fatto altro che aumentare nei mesi a venire:
L’anno scorso erano ancora così giovani, e date le circostanze nessuno avrebbe preteso da loro ciò che poi sono stati in grado di fare. Quest’anno è diverso, la pressione a cui sono sottoposti tutte le sere se la sono guadagnata, ed è una cosa a cui devono abituarsi. Fare parte di una grande squadra comporta questo
“I nostri giovani hanno più talento di tutti” Ancora Irving “Devono imparare a trarne vantaggio“. La sconfitta contro i Jazz sarebbe stata la prima di tre partite perse consecutive.
“Non abbiamo più tempo di aspettare, serve di più”
Una settimana più tardi tocca ai New York Knicks passare al TD garden di Boston, un passo falso che una squadra con ambizioni da contender non può permettersi, nelle parole di Irving: “Non possiamo più aspettare. Da parte mia, dello staff e di tutta la squadra non possiamo più aspettare che i giovani facciano quel definitivo salto di qualità. Dobbiamo migliorare, io compreso“.
“Forse non siamo bravi come pensavamo di essere” E’ un amaro Brad Stevens a chiudere il trittico di sconfitte.
“Egoisti in campo, solo il successo di squadra è il successo del singolo”
Alle tre sconfitte segue un periodo brillante, da 8 vittorie consecutive ed un record finalmente “presentabile” di 18 vinte e 10 perse. A metà dicembre i Boston Celtics perdono contro Phoenix Suns e Detroit Pistons, prima dello showdown contro i rivali Milwaukee Bucks del 22 dicembre.
Gli uomini di Mike Budenholzer finiscono per calpestare i Celtics, di nuovo in difficoltà al TD Garden (120-107 il risultato finale). Irving convoca una riunione a porte chiuse per soli giocatori ed all’uscita si presenta ai cronisti come un frustratissimo fiume in piena: “La cosa che dobbiamo capire è questa: non tutti, io per primo, possiamo sempre giocare nel ruolo che vogliamo, tutti i minuti che vorremmo, cose che – egoisticamente parlando – sarebbero l’ideale per me o per un altro. Per quanto mi riguarda, fa parte del processo di crescita (…) si vedono un sacco di giocate personali (…) ci siamo ritrovati più di una volta a tirare con ancora 16-17 secondi sul cronometro dei 24, prendendo brutti tiri in allontanamento (…) qui potrei fare tutto quello che voglio quando voglio, in campo, ma devo capire che la cosa più importante è aiutare la mia squadra“.
STRAIGHT SHOOTER: Kyrie Irving calls out #Celtics for “some selfish play… I can basically do anything I want out there.” Says there’s a real lack of cohesion now pic.twitter.com/JXdYTPQ9hs
— Mike Petraglia (@Trags) December 22, 2018
Celtics, bene così… anzi no, Jaylen Brown: “Non possiamo continuare a puntarci il dito contro a vicenda”
Se dopo una bella vittoria contro gli Indiana Pacers, un Kyrie Irving garrulo si era permesso di parlare di squadra “diversa, sulla buona strada per diventare una squadra da titolo” e riconosciuto i giusti meriti della sua “tirata” del post-Milwaukee (“dopo la sconfitta contro Milwaukee (…) abbiamo sentito il forte bisogno di affrontare seriamente alcuni problemi. Il meeting post-partita ci è servito per ‘fare aria’ nello spogliatoio“), basta appena tre giorni dopo una nuova sconfitta casalinga all’umorale Kyrie per tornare a vedere tutto nero.
Il 12 gennaio a Boston, gli Orlando Magic passano per 115-113. I Celtics dispongono prima della sirena finale di un ultimo possesso, una rimessa laterale da metà campo. Stevens disegna un gioco per Irving, ma Gordon Hayward, incaricato della rimessa, non passa in emergenza il pallone alla sua point-guard per servire Jayson Tatum.
L’ex Duke Blue Devils sbaglia un tiro difficile, e già mentre il pallone di Tatum è in aria, Irving ha già gettato le braccia al vento, esasperato. L’ex Cavs rimprovera vistosamente Gordon Hayward e Al Horford, ed è irritato con Brad Stevens e la sua scelta di gioco.
? "Kyrie's leaving"
Celtics are getting blown out by the Nets and Brooklyn fans aren't holding back ? pic.twitter.com/cfbHJbRoWn
— Bleacher Report (@BleacherReport) January 15, 2019
Nel post partita, un Kyrie Irving sempre meno in grado di “mordersi la lingua” sfoga la sua frustrazione, stavolta camuffandola (malamente) dal leadership: “L’anno scorso nessuno aveva nulla da perdere e poteva fare quello che voleva, e nessuno gli avrebbe chiesto nulla di più. Quest’anno no, è diverso. Non siamo più a quel punto, i giovani hanno superato quella fase“.
Un atteggiamento – la pratica di dividere la squadra in vecchi e giovani – al quale risponde appena due giorni dopo il “giovane”Jaylen Brown. Con Irving infortunato, i Celtics perdono a Brooklyn la terza partita consecutiva (25-18 il record), ed a fine partita Brown replica velatamente all’ennesima tirata del compagno (“Non mi permetterò più di mettere in discussione i miei compagni pubblicamente. Io voglio solo vincere, maledettamente (…) io sono venuto qui perché credo in questa squadra, e voglio aiutare questi giovani ad avere successo”).
“Non è colpa dei giovani, e non è colpa dei veterani” Così Brown “E’ colpa di tutti, dobbiamo venirne fuori come una squadra. Abbiamo avuto periodi in cui abbiamo giocato una grande pallacanestro, altri in cui non lo abbiamo fatto per nulla (…) dobbiamo spalleggiarci l’un l’altro, supportarci. Non possiamo puntarci il dito contro e fare commenti.
Futuro: “Non devo un c***o a nessuno, so cosa devo fare, chiedetemelo il 1 luglio”
In piena frenesia da trade deadline, con i Los Angeles Lakers impegnati a fondo per strappare Anthony Davis ai New Orleans Pelicans, e con i Pels altrettanto impegnati a resistere all’assalto per attendere l’estate, Danny Ainge e – chissà – Jayson Tatum, le promesse di rinnovo di ottobre di Kyrie Irving sono già un ricordo.
A fine gennaio, Irving si era sentito in dovere di telefonare al vecchio compagno LeBron James per scusarsi con lui “di essere stato, all’epoca, quel giovane”, quello che scalpita, che mal sopporta i paternalismi e forse vivere – anche – di luce riflessa. Una telefonata genuina, che dice molto del carattere irrequieto di Kyrie Irving, e che sorprende James (ironicamente a cena con Kevin Love al momento della chiamata), come ammesso dallo stesso LBJ.
Kyrie Irving asked if his mindset has changed regarding re-signing with Boston: “Ask me July 1.” He says he’s going to do what’s best for his career.
— Ian Begley (@IanBegley) February 1, 2019
E’ il primo febbraio quando Irving risponde così ad una domanda sui suoi proclami di qualche mese prima. La risposta raccolta dai cronisti è molto diversa ma eloquente: “Alla fine, farò solo ciò che sarà meglio per me, io non devo un c***o a nessuno. Richiedetemelo il 1 luglio“.
“Tutti raddoppiano kemba, noi no…”
Le ultime 24 partite di regular season dei Boston Celtics terminano con record di 14-14. Una stagione regolare mediocre per una squadra con tanto potenziale, ma che ogni giorno di più mostra evidente lo scollamento tra comandante (Irving) e truppa.
Il 24 marzo gli Charlotte Hornets in piena lotta playoffs battono i Celtics in rimonta allo Spectrum Center di Charlotte. Gli Hornets sono reduci da una partita da 75 punti segnati a Miami, gara in cui gli Heat avevano sistematicamente raddoppiato e “blitzato” sui pick and roll centrali Kemba Walker.
“We should have probably trapped him more like every other team does in the league but we didn’t. He torches us every time we play them so it’s no surprise.” – #Celtics Kyrie Irving, talking about #Hornets Kemba Walker who had 36 points, 11 rebounds and nine assists on the C's.
— A. Sherrod Blakely (@ASherrodblakely) March 24, 2019
Pochi giorni dopo, un Walker da 36 punti guida i suoi Hornets alla vittoria per 124-117. L’ex UConn segna 18 punti nel quarto periodo, ed a fine gara Irving critica la scelta di Brad Stevens di non raddoppiare Walker e forzarlo a cedere il pallone: “Probabilmente avremmo dovuto raddoppiarlo di più, togliergli il pallone dalle mani, così come fanno tutte le altre squadre… ma non l’abbiamo fatto. E non è la prima volta“.
“Nessuno può batterci in 7 partite”
Da febbraio, tra Kyrie Irving e la squadra pare essere scesa una poco visibile ma “percepibile” cortina. In marzo, Kyrie fa diversi mea culpa pubblici, in cui dichiara di aver peccato di troppa loquacità e sincerità davanti ai microfoni.
Come reazione uguale e contraria all’atteggiamento dei primi mesi, Irving inizia a manifestare sicurezza (sicumera) nella sua squadra, accennando alla “noia da regular season” e proponendosi quale leader positivo e (più) rilassato (“Fa parte della stagione regolare, nei playoffs quando possiamo concentrarci su una squadra e pianificare tutto, non vedo nessuno che ci possa battere in sette partite“, dopo una sconfitta a Chicago).
Se sono preoccupato? No, perché io sono qui
“Mi hanno portato a Boston per momenti come questi”
Cosa spinge infine un Kyrie Irving che dà in campo la sensazione di pensare già alla sua estate, a fare dichiarazioni sfrontate come quelle del post gara 2 e post gara 4 della serie di semifinale contro i Milwaukee Bucks?
Disillusione, o meglio consapevolezza? Resa? Allora perché, banalmente, “spararle grosse”?
“Scenari come questi sono il motivo per cui sono a Boston, i motivi per cui mi hanno portato qui. La pallacanestro è uno sport divertente, soprattutto quando il gioco si fa duro, e bisogna farsi trovare pronti. E’ il periodo dell’anno che aspettiamo per tutta la stagione“. Kyrie Irving pare prendere sotto gamba una prestazione da 4 su 18 al tiro in gara 2, confidando nella capacità sua e dei suoi compagni di poter premere un bottone e riuscire laddove per tutta la stagione i Celtics avevano fallito: uscire dalle difficoltà come una squadra.
Il risultato? Una prevedibile ed orribile serie di tre partite. Definite però da Kyrie Irving come banali “problemi al tiro”: “Ho solo sbagliato tanti tiri, succede. A volte succede e devi accettarlo (…) è difficile trovare ritmo quando sei marcato a tutto campo azione dopo azione… da me ci si aspetta sempre il massimo, sto cercando di creare occasioni per i miei compagni e per me, sfruttando l’aggressività della difesa. 22 tiri? avrebbero dovuto essere 30, sono quel tipo di giocatore“.
Gara 5 della serie si è chiusa con una prova di squadra da 31% al tiro. Il fallimento di ogni (a quel punto) velleità di costruire un sistema offensivo a 3, se non 4 punte (Irving, Tatum, Hayward, Brown\Horford) si è manifestato in 48 minuti in una serie di tiri comodi scagliati nei pressi del ferro, in un primo tempo di uno contro uno “alla rovescia” di colui che, ruolo alla mano, avrebbe dovuto essere la point-guard, il creatore di gioco ed il leader della squadra.
Kyrie ci ha provato, alla sua maniera, l’unica che conosce, ed ha fallito là dove in cuor suo avrebbe voluto avere successo più di ogni altra cosa. Eppure: “Irving cattivo leader? S*******e. Abbiamo accolto Kyrie a braccia aperte ma non abbiamo mai capito, anche se ci abbiamo provato… ma noi non siamo nella sua testa, forse poche persone al mondo sanno davvero cosa c’è in lui“.
Marcus Smart.
Steve Kerr ottimista su Kevin Durant: “Vinciamo, e lo ritroveremo al prossimo turno”
Scritto da Michele Gibin
Kevin Durant è fuori dai giochi, ed i Golden State Warriors di coach Steve Kerr dovranno trovare il modo di chiudere la serie contro gli Hosuton Rockets senza di lui.
Stiramento muscolare al polpaccio destro ed almeno 7-10 giorni di stop per Durant, che in caso di qualificazione dei suoi Warriors potrebbe rientrare a finali di conference in corso. Kerr si dice rincuorato dall’esito della risonanza magnetica, dopo una giornata di ansia per un infortunio che era parso in un primo momento ben più grave.
“Credo siano buone notizie, non è il primo problema muscolare che gli capita, Kevin (Durant, ndr) ha di solito risposto bene” Così Kerr “Dispiace non averlo in campo, ma se saremo abbastanza bravi da passare il turno potremo ritrovarlo tra qualche giorno, il recupero non dovrebbe essere cosa lunga“.
Le condizioni di Kevin Durant verranno rivalutate tra non meno di 7 giorni. La star degli Warriors si era infortunata a 2 minuti dal termine del terzo quarto di gara 5, atterrando dopo un tiro in sospensione mandato a bersaglio. La dinamica dell’infortunio aveva fatto pensare nei primi minuti ad un problema al tendine d’Achille, ipotesi per fortuna rientrata.
I Golden State Warriors dovranno dunque rinunciare a Durant ed al “lungodegente” DeMarcus Cousins, ed affidarsi una volta dei più ad uno Steph Curry affaticato e con qualche piccolo acciacco, ma pronto alla sfida: “Sono i playoffs, siamo in una buona posizione, in vantaggio 3-2, abbiamo 4 anelli di campione al dito, e tutta l’esperienza del mondo: sfruttiamola“.
“Abbiamo la possibilità di poter giocare con la leggerezza di chi non deve dimostrare più nulla, Gli infortuni fanno parte del mestiere, e sono una delle cose che rendono così difficile vincere nello sport. Dobbiamo solo vincere un’altra partita, i ragazzi sono pronti alla sfida“.
All heart.
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— Golden State Warriors (@warriors) May 10, 2019
Il vero problema per Steve Kerr sarà trovare i giocatori giusti a cui affidare parte dei minuti di Kevin Durant.
Alfonzo McKinnie, Quinn Cook, e persino Jordan Bell potrebbero trovare più spazio. Andre Iguodala, Draymond Green e Klay Thompson si sobbarcheranno probabilmente oltre 40 minuti di gioco, e se la partita lo permetterà, Andrew Bogut potrebbe entrare nelle rotazioni. Senza Durant, Steph curry dovrà inoltre prestare particolare attenzione al numero di falli, problema storico in post-season per il due volte MVP.

