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NBA Season Review 2019/20

di Stefano Belli

Lo scorso ottobre avevamo indicato 10 motivi per seguire la stagione NBA 2019/20. A un anno esatto di distanza, dopo infinite turbolenze e con l’incertezza che aleggia ancora sulla ripresa delle operazioni, vediamo se le nostre aspettative sono state mantenute, superate o deluse. E’ il momento di tirare le somme: ecco la nostra Season Review 2019/20! 

1 – Hollywood riaccende i riflettori

Lakers e Clippers partivano tra le favorite per il tiolo NBA 2019/20

Lakers e Clippers partivano tra le favorite per il tiolo NBA 2019/20

Per la prima volta nella storia, entrambe le squadre di Los Angeles iniziavano la stagione NBA fra le principali candidate al titolo. Prima che subentrasse la ben nota serie di sfortunati eventi, sembrava questo il tema portante del 2019/20. Dalla rivalità fra Lakers e Clippers sarebbero emersi i dominatori della nuova NBA. Non poteva essere altrimenti, visti gli arrivi di Kawhi Leonard e Paul George alla corte di Doc Rivers e allo sbarco di Anthony Davis al fianco di sua maestà LeBron James. Tutti aspettavano con ansia metà maggio, periodo in cui le due superpotenze si sarebbero incontrate in una scontatissima finale di Conference. Alla fine, quella serie non si è giocata a maggio, e nemmeno a settembre, dopo la lunga pausa. Effettivamente, Lakers e Clippers hanno fatto la voce grossa a Ovest, chiudendo rispettivamente al primo e al secondo posto, ma sono arrivate ai playoff in condizioni diverse.

I biancoblu di Rivers hanno usato la regular season come un lunghissimo rodaggio, caratterizzato dal load management, dai recuperi tardivi degli infortunati e da continui stravolgimenti di quintetti e rotazioni. L’obiettivo sembrava chiaro fin dal principio: arrivare col motore al massimo allo scontro diretto coi Lakers. Il responso del campo è stato però un altro: per andare avanti bisognava farsi trovare pronti subito. Dopo aver sofferto al primo turno contro i Dallas Mavericks ed essersi portati sul 3-1 contro i Denver Nuggets, Leonard e compagni si sono arresi alla clamorosa rimonta dei ragazzi di coach Mike Malone. Un crollo inatteso e fragoroso, che ha negato ai fan lo showdown con i Lakers ed è costato a Rivers la panchina. Con i contratti di Kawhi e PG13 in scadenza, la prossima stagione appare già come l’ultima spiaggia. Per quanto assurdo possa sembrare, parlando di un progetto appena avviato.

I Lakers, reduci dalla fallimentare stagione precedente, hanno trasformato questo 2019/20 in un’inarrestabile marcia verso il titolo. Con l’arrivo di Anthony Davis, la cessione dei giovani talenti e le aggiunte di navigati veterani, i gialloviola sono diventati a tutti gli effetti una squadra di LeBron James. Guidati dal numero 23, candidato MVP e miglior assistman NBA, da un AD dominante sui due lati dal campo e dal nuovo allenatore Frank Vogel, hanno preso il controllo della Western Conference e hanno lasciato per strada, senza troppi patemi, un avversario dopo l’altro. Con i Clippers e i MIlwaukee Bucks fuori dai giochi, l’ostacolo più impegnativo si è palesato alle Finals. Per superare gli agguerriti Miami Heat ci sono volute sei partite, ma il talento di Davis, l’esperienza dei veterani, la determinazione e la classe senza tempo di ‘King James’ hanno regalato ai gialloviola il loro diciassettesimo titolo NBA. Un trionfo che riporta i Lakers ai vertici della lega dopo un decennio buio, caratterizzato dal declino dell’era-Bryant e dalle turbolenze societarie. A proposito di Kobe; la stagione NBA 2019/20 è stata irrimediabilmente segnata dalla tragica scomparsa del Black Mamba, a cui i gialloviola hanno dedicato il trofeo. Un sacrosanto omaggio a uno dei principali volti della franchigia, ma evitiamo la facile retorica; questo non è il titolo di Kobe, è il titolo dei nuovi Lakers, quelli che promettono di inaugurare un nuovo ciclo vincente e di mantenere i riflettori accesi sulla Hollywood cestistica.

 

2 – Vecchi padroni, nuovo look

Rockets e Warriors si presentavano a questo 2019/20 con grosse novità

Rockets e Warriors si presentavano a questo 2019/20 con grosse novità

Golden State Warriors e Houston Rockets, dominatori della Western Conference nell’ultimo lustro, si presentavano a questo 2019/20 profondamente cambiate.
I tre volte campioni NBA, orfani tra gli altri di Kevin Durant, Andre Iguodala e Shaun Livingston, sapevano di dover affrontare la stagione senza Klay Thompson, costretto ai box dal grave infortunio al ginocchio patito durante le ultime FInals. Quando alla lista degli assenti si sono aggiunti Stephen Curry (limitato a cinque apparizioni dalla rottura di una mano) e Draymond Green (fuori per 22 partite a causa di svariati problemi fisici), qualsiasi ambizione di continuità è andata a rotoli. Coach Steve Kerr si è trovato a gestire un roster da Summer League, composto da rookie (tra i quali si è distinto Eric Paschall) e scarti di altre franchigie. L’idea di affiancare a Curry il nuovo arrivato, D’Angelo Russell, è naufragata alla trade deadline, quando Bob Myers e soci hanno chiuso l’affare con i Minnesota Timberwolves e si sono portati a casa Andrew Wiggins. Forse il canadese può essere inserito più facilmente nella squadra che, dalla prossima stagione, tornerà nelle mani di Curry, Thompson e Green. La fase finale della più lunga off-season di sempre vedrà gli Warriors alle prese con la seconda scelta assoluta all’imminente draft e con qualche movimento di mercato, indispensabile per ridare lustro a una franchigia passata in pochi mesi dalla Dinastia al tanking obbligato.

I Rockets, dopo i ripetuti fallimenti, avevano deciso di rimescolare le carte: via Chris Paul, a quanto pare in conflitto con James Harden, dentro Russell Westbrook, già compagno del Barba in quel di Oklahoma City. Con il contratto di Mike D’Antoni in scadenza, allenatore e front-office si sono prodigati per cercare di far compiere alla squadra il passo decisivo. A febbraio hanno completato l’ennesima rivoluzione tattica dell’era D’Antoni – Daryl Morey, privandosi di Clint Capela e giocando il resto della stagione senza un centro vero e proprio. Un’idea che ha dato innegabili frutti: Westbrook ha sfruttato al meglio le sue doti di inarrestabili penetratore, gli avversari si sono trovati di fronte a un inedito rompicapo su entrambi i lati del campo. Giunti a Orlando, però, qualcosa si è rotto. Houston ha offerto qualche ottima prestazione, specialmente in difesa, ma alternata a troppi passaggi a vuoto. Ha superato solamente in gara-7, dopo una serie pessima, gli inesperti Oklahoma City Thunder, poi è stata distrutta dai Los Angeles Lakers, senza mai sembrare all’altezza della competizione. Le distrazioni esterne, dovute alla nota vicenda che ha coinvolto Danuel House, non possono essere una giustificazione, per un gruppo senza domani come quello dei Rockets. Gli addii di coach D’Antoni e del general manager Daryl Morey sembrano le premesse per una svolta epocale, ma i contratti lunghi e onerosi di Harden, Westbrook, Robert Covington ed Eric Gordon, pilastri di una squadra così particolare e inconcludente, lasciano intendere che cambiare pagina non sarà semplicissimo.

 

3 – Occhio alla sorpresa

Tra le possibili outsider di questo 2019/20 c'erano Denver Nuggets e Utah Jazz

Tra le possibili outsider di questo 2019/20 c’erano Denver Nuggets e Utah Jazz

Una stagione incerta come il 2019/20, alla quale la NBA si presentava senza un vero padrone, rappresentava una ghiotta occasione per le possibili outsider. Pochi mesi prima, i Toronto Raptors avevano saputo approfittare al meglio dei limiti tattici dei Milwaukee Bucks e degli infortuni in casa Golden State Warriors, alzando al cielo un impronosticabile Larry O’Brien Trophy. Quest’anno, le principali candidate a inserirsi tra le pieghe della storia NBA sembravano provenire da ovest.

I Denver Nuggets erano reduci da una finale di Conference sfumata solo in gara-7, e si erano rinforzati con gli innesti di Jerami Grant e dei rookie Michael Porter Jr. e Bol Bol. Se il figlio di Manute ha mostrato solo qualche sprazzo di talento, vedendo poco il campo, Porter e Grant si sono rivelate aggiunte preziose. Denver ha brillato meno rispetto alla passata stagione, quando aveva chiuso alle spalle dei soli Warriors, ma ha comunque strappato un dignitoso terzo posto. Una volta iniziata la post-season, quella che sembrava una buona annata si è trasformata in un’annata straordinaria. Trascinati da un Jamal Murray in versione superstar, da un Nikola Jokic in costante crescita e da un ottimo supporting cast, gli uomini di Mike Malone sono riusciti a rimontare due volte da uno svantaggio di 3-1. Dopo aver clamorosamente eliminato i favoritissimi Los Angeles Clippers, Denver si è dovuta arrendere alla schiacciasassi Lakers in finale di Conference. Un risultato comunque eccezionale per un gruppo così giovane, con cui si dovrà fare i conti ancora a lungo.

In un’epica serie al primo turno, Murray e compagni avevano superato gli Utah Jazz, altra potenziale outsider alla vigilia. Gli arrivi di Mike Conley e Bojan Bogdanovic sembravano in grado di far compiere alla già competitiva squadra di Quin Snyder un ulteriore salto di qualità. Peccato che siano subentrati gli infortuni. Conley, protagonista di un 2019/20 al di sotto delle aspettative, ha saltato 27 partite; Bogdanovic ha disputato la miglior stagione in carriera, ma quando la NBA ha interrotto le operazioni si è dovuto sottoporre a un intervento al polso. La sua assenza è pesata enormemente ai playoff. Contro Denver non sono bastate le grandiose performance di Donovan Mitchell e la solita super-difesa di Rudy Gobert. La rimonta subita è un pessimo modo per chiudere l’annata della possibile svolta. Guai però a dare per finiti questi Jazz; con i due All-Star al loro meglio (sempre che uno di loro non venga scambiato), il rientro di Bogdanovic e qualche ritocco di contorno, Utah potrà tentare lo ‘scherzetto’ l’anno prossimo.

Stagione tormentata anche per i Portland Trail Blazers. Una lunga serie di infortuni ha compromesso le loro chance di ripresentarsi in finale di Conference, dopo la sconfitta subita per mano di Golden State nel 2019. Senza i lunghi titolari, Jusuf Nurkic e Zach Collins, e con la rottura del tendine d’Achille che ha fermato Rodney Hood dopo 21 partite, la squadra di Terry Stotts rischiava di non qualificarsi per i playoff. La lunga pausa si è rivelata salutare per i Blazers, presentatisi a Orlando quasi al completo (senza Hood e Trevor Ariza, ma con Nurkic e Collins a disposizione) e con un Damian Lillard al suo meglio. Le prove stellari di Dame, ben supportato da C.J. McCollum, dal ritrovato Carmelo Anthony e dai promettenti Anfernee Simons e Gary Trent Jr., hanno permesso a Portland di riacciuffare i Memphis Grizzlies e di staccare il biglietto per la post-season. Le energie spese nella rincorsa e l’infortunio al ginocchio (fortunatamente non grave) di Lillard hanno facilitato il compito dei Lakers, che hanno sbrigato la pratica in cinque partite. Come nel caso di Denver e Utah, però, la strada è indubbiamente quella giusta. Anche per il 2020/21, nella giungla della Western Conference bisognerà fare i conti con i famelici Blazers.

 

4 – Il trono vacante

Miami e Milwaukee sono state le grandi protagoniste della Eastern Conference 2019/20

Miami e Milwaukee sono state le grandi protagoniste della Eastern Conference 2019/20

A due anni dall’approdo a Ovest di LeBron James, la Eastern Conference non ha ancora un nuovo padrone. E’ vero, i Toronto Raptors hanno vinto il titolo nel 2019, e i Miami Heat si sono rivelati avversari più che degni per i Los Angeles Lakers, ma nessuna delle due squadre sembra pronta per occupare stabilmente quel trono.

Toronto è riuscita a mantenersi ai vertici nonostante l’addio della superstar Kawhi Leonard, dimostrando che in Canada si è instaurata una cultura vincente che va ben oltre il talento individuale. Durante la serie contro i Boston Celtics, però, è mancato proprio il giocatore in grado di prendersi il palcoscenico nei momenti decisivi; un presupposto inevitabile, per puntare a ripetere lo storico trionfo.

Miami è arrivata alle Finals a fari spenti, dopo un percorso incredibile. A inizio stagione veniva indicata come credibile pretendente ai playoff, niente di più; invece ha scalato le gerarchie e distrutto gli avversari più quotati, giocando un’ottima pallacanestro e mettendo in campo un’intensità senza pari. Ci è riuscita grazie all’abilità di coach Erik Spoelstra, capace di ricavare il massimo da un roster su cui in pochi avrebbero scommesso. Un gruppo affiatato e combattivo, guidato dal ‘maschio alfa’ Jimmy Butler, dalla star emergente Bam Adebayo, dalle sorprendenti matricole Tyler Herro e Kendrick Nunn e da veterani di mille battaglie come Goran Dragic, Jae Crowder e Andre Iguodala. E’ ancora presto per capire se la formula possa dare effetti continuativi, oppure se la magia sia destinata a finire presto. Sta di fatto che gli Heat si aggiungono al nutrito novero delle pretendenti al trono.

Novero di cui fanno parte i Celtics, fermati per la terza volta in quattro stagioni alle finali di Conference. Contro Miami, la squadra di Brad Stevens ha mostrato qualche limite caratteriale e una scarsa profondità di organico, ma la giovane età dei suoi leader (Jayson Tatum, Jaylen Brown e Marcus Smart) e la comprovata solidità di dirigenza e staff tecnico sembrano garantire ai biancoverdi ulteriori margini di crescita. Margini che sperano di avere anche i Philadelphia 76ers, che dopo l’ennesima delusione hanno sostituito coach Brett Brown con il più esperto e titolato Doc Rivers. Attenzione poi ai Brooklyn Nets, reduci da un 2019/20 compromesso dagli infortuni. Con il nuovo allenatore, Steve Nash, chiamato a guidare Kyrie Irving, il rientrante Kevin Durant e un supporting cast che verrà presumibilmente rinforzato, nella corsa alle prossime NBA Finals bisognerà quasi certamente fare i conti con loro.

Alla vigilia della stagione, i principali candidati allo scettro erano i Milwaukee Bucks. Dopo aver dominato la regular season 2018/19, chiusa col miglior record a Est e con la nomina a MVP di Giannis Antetokounmpo, la squadra di Mike Budenholzer e il fenomeno greco si sono ripetuti. Esattamente come l’anno scorso, però, ai playoff sono emersi tutti i loro limiti. Contro la spietata difesa dei Miami Heat, i Bucks non sono riusciti a trovare valide alternative a un Giannis apparso spaesato e con una mostruosa pressione addosso. Ora sulla franchigia grava il peso di un roster riconfermato a lungo termine, ma forse senza margini di miglioramento, e dell’imminente scadenza del contratto di Antetokounmpo. La linea che separa una potenziale dinastia da un colossale fallimento potrebbe rivelarsi più sottile del previsto.

 

5 – Toronto, dal paradiso a…?

Un 2019/20 sorprendente per i Toronto Raptors

Un 2019/20 sorprendente per i Toronto Raptors

La partenza di Kawhi Leonard, decisivo nella conquista del titolo NBA 2019, faceva presumere che per i Raptors fosse arrivato il momento di tornare alla realtà. La maggioranza dei pronostici vedeva gli uomini di Nick Nurse lottare per un posto ai playoff, ma non dava loro alcuna chance di bissare lo storico trionfo. Invece, i canadesi hanno sorpreso tutti, dimostrando come, attorno al Re del Nord, ci fosse un’organizzazione estremamente solida. La regular season si è conclusa con il secondo piazzamento nella Eastern Conference, una delle migliori difese NBA, Nurse eletto Coach Of The Year e Pascal Siakam debuttante all’All-Star Game, di fianco al capitano Kyle Lowry.
Ai playoff, Toronto si è sbarazzata facilmente dei derelitti Brooklyn Nets, poi si è arresa in gara-7, al termine di un’epica battaglia, contro i Boston Celtics. Malgrado la cessione dello scettro, il 2019/20 è stato la stagione della consacrazione per una franchigia ormai divenuta sinonimo di eccellenza. Giocatori come Siakam, Fred VanVleet, Norman Powell e il ritrovato OG Anunoby, sono stati scelti dai Raptors come semi-sconosciuti e si sono trasformati in elementi chiave di una squadra da titolo. Quasi ‘dal nulla’ sono emersi anche Terence Davis, Chris Boucher e Matt Thomas. Veterani come Lowry e Serge Ibaka non solo hanno coronato le rispettive carriere con l’anello, ma si sono confermati ad altissimi livelli anche dopo il trionfo. Lo stesso non si può dire per Marc Gasol, apparso decisamente fuori forma e sempre più vicino al ritorno in Europa.
Ciò premesso, il cielo sopra Toronto non è completamente limpido. Siakam ha mostrato qualche limite di troppo ai playoff, Lowry entra nel suo ultimo anno di contratto, VanVleet e Ibaka, oltre a Gasol, sono free-agent. Per restare in alto, in una Eastern Conference sempre più competitiva, serviranno scelte molto oculate.

 

6 – L’era di Zion (e non solo)

Zion Williamson e Ja Morant, i rookie più attesi di questo 2019/20

Zion Williamson e Ja Morant, i rookie più attesi di questo 2019/20

La classe di rookie 2019/20 era particolarmente attesa soprattutto per la presenza di Zion Williamson. Il fenomeno da Duke, sotto i riflettori fin dai tempi dell’high school, veniva indicato non solo come potenziale uomo-franchigia dei New Orleans Pelicans, ma addirittura come nuovo volto della NBA. A raffreddare i bollenti spiriti di appassionati, tifosi e network televisivi ci ha pensato l’infortunio al menisco patito in pre-season, che ha tenuto Zion ai box per oltre tre mesi. Williamson ha indossato la maglia numero 1 in sole 24 occasioni, in cui ha mostrato lampi di grandezza, ma anche una condizione fisica non sempre ottimale. Senza di lui, i Pelicans hanno faticato a trovare l’assetto e la continuità necessari per superare le agguerrite rivali nella corsa ai playoff. In chiaroscuro le altre matricole di coach Alvin Gentry. Jaxson Hayes e Nickeil Alexander-Walker sono ancora troppo acerbi; sicuramente più affidabile, anche se con minori margini di crescita, il ‘finto rookie’ Nicolò Melli.

A prendersi il palcoscenico, in questo stranissimo 2019/20, è stato un altro debuttante: Ja Morant. La point guard da Murray State ha illuminato Memphis con le sue giocate spettacolari e con una leadership innata, con cui ha guidato i giovani Grizzlies a un passo dai playoff. Se questo è solo l’inizio, il futuro della lega sarà anche nelle sue mani. Oltre a quello di Brandon Clarke, compagno di Morant a Memphis, vanno segnalati gli ottimi esordi di giocatori come Terence Davis, Matisse Thybulle e Luguentz Dort, capaci di ritagliarsi un ruolo rilevante in squadre da playoff. Discorso diverso per Eric Paschall, R.J. Barrett, P.J. Washington e Rui Hachimura, che hanno brillato in contesti molto meno competitivi.

Che dire, poi, di Michael Porter Jr., Kendrick Nunn e Tyler Herro? L’ala dei Denver Nuggets, che aveva saltato l’intero 2018/19 per dei gravi problemi alla schiena, è stata una pedina fondamentale nella corsa dei suoi alle Western Conference FInals. Nunn e Herro hanno fatto ancora meglio, giocando un ruolo chiave nell’approdo alle finali NBA dei Miami Heat. Il primo si è distinto soprattutto in regular season, Herro ha fatto la differenza ai playoff. Se questi tre riuscissero a non perdersi per strada, avrebbero una carriera piuttosto luminosa ad attenderli.

 

7 – Le protagoniste del domani

Futuro promettente per i Mavericks di Luka Doncic e i Suns di Devin Booker

Futuro promettente per i Mavericks di Luka Doncic e i Suns di Devin Booker

Uno degli aspetti più interessanti di ogni stagione NBA è tenere d’occhio le squadre più giovani, cercando di scovare le protagoniste del futuro. In questo 2019/20, di progetti a medio/lungo termine ce n’erano parecchi. Nella ‘giovane NBA’ c’è chi è riuscito a bruciare le tappe, chi ha mostrato di essere sulla strada giusta e chi ha profondamente deluso le aspettative.

A farsi un nome più velocemente del previsto sono stati Dallas Mavericks, Oklahoma City Thunder e Memphis Grizzlies. L’exploit meno sorprendente è quello dei texani, che dopo la grande stagione d’esordio di Luka Doncic e l’arrivo di Kristaps Porzingis si candidavano al ruolo di ‘mina vagante’ della Western Conference. In pochi, però, si aspettavano che Doncic giocasse a livelli da MVP, che Porzingis si integrasse così bene con lo sloveno e che il supporting cast si facesse trovare così pronto. Dallas si è mantenuta stabilmente in orbita playoff e ha dato parecchio filo da torcere ai Los Angeles Clippers. Non un brutto modo, per aprire il nuovo corso!

I Thunder sembravano, e probabilmente sono ancora, un cantiere aperto. Da quando Chris Paul e Danilo Gallinari, principali contropartite per le cessioni di Russell Westbrook e Paul George, sono arrivati a Oklahoma City, in molti pensavano si trattasse di un ‘parcheggio’ temporaneo, in attesa di ulteriori scambi. Invece i due sono rimasti, e con Steven Adams, Dennis Schroder e l’astro nascente Shai Gilgeous-Alexander, hanno guidato la squadra ai playoff. L’eliminazione in gara-7 contro gli Houston Rockets segna probabilmente la fine dell’esperienza dei veterani in Oklahoma, ma questa eccellente stagione potrebbe aver lasciato un’eredità ben più importante di un primo turno playoff: una cultura vincente.

A dare una forte spinta alla ricostruzione dei Grizzlies, che hanno abbandonato il sogno playoff solamente allo spareggio con Portland, è stato soprattutto il rookie delle meraviglie Ja Morant. Nell’ottimo 2019/20 di Memphis ci sono però gli zampini di coach Taylor Jenkins, dell’emergente Jaren Jackson Jr., dell’altra matricola Brandon Clarke e di un azzeccato mix tra giovani e veterani. Per le tre squadre-rivelazione, arriva ora il compito più difficile: confermarsi ad alti livelli.

Un passo più indietro troviamo Phoenix Suns, New Orleans Pelicans e Atlanta Hawks. Tutte squadre rimaste fuori dai playoff, ma che in questo 2019/20 hanno trovato conferme importanti. I debuttanti All-Star Devin Booker, Brandon Ingram e Trae Young sembrano i pilastri ideali su cui costruire la squadra che verrà. Ora bisognerà modellare bene il contorno, scegliendo con cura cosa tenere e cosa buttare. Suns e Pelicans, in attesa di capire quanto valgono realmente le prime scelte assolute Deandre Ayton e Zion Williamson, dovranno aggiungere esperienza alla squadra (veterani come Aron Baynes, Dario Saric e Derrick Favors sono diventati free-agent). Atlanta dovrà stabilire i termini del rinnovo di John Collins e decidere come occupare lo sterminato spazio salariale a disposizione.

Decidere che direzione seguire è il momento più delicato per una franchigia; da una parte si finisce a lottare per i playoff come Dallas, Oklahoma City e Memphis, dall’altra nel limbo eterno insieme a Sacramento, Chicago, Minnesota e New York, la cui risalita al vertice è ancora lunghissima.

 

8 – Diventerai un All-Star

Devin Booker e Domantas Sabonis hanno debuttato all'All-Star Game nel 2019/20

Devin Booker e Domantas Sabonis hanno debuttato all’All-Star Game nel 2019/20

Debuttare all’All-Star Game non è un traguardo fine a se stesso. La convocazione è il riconoscimento per un salto di qualità che, molto spesso, cambia drasticamente le prospettive di una squadra. Complici gli infortuni di star conclamate come Kevin Durant, Stephen Curry, Klay Thompson e John Wall, a cui si è aggiunto in extremis quello di Damian Lillard, nella stagione 2019/20 sono ben dieci le stelle ad aver brillato per la prima volta nel firmamento NBA

Luka Doncic e Trae Young hanno bruciato letteralmente le tappe; al secondo anno da professionisti, hanno esordito addirittura in quintetto, dopo aver incantato i tifosi di Dallas Mavericks e Atlanta Hawks e gli appassionati di tutto il mondo con le loro magie. Fra i titolari della Eastern Conference è partito anche Pascal Siakam, punta di diamante dei sorprendenti Toronto Raptors. A proposito di sorprese: difficile prevedere la crescita esponenziale di Domantas Sabonis, faro degli Indiana Pacers in assenza di Victor Oladipo. Quasi impossibile pronosticare l’esplosione di Bam Adebayo, decisivo nella cavalcata dei Miami Heat alle finali NBA. Rimanendo sulla East Coast, il 2019/20 ha visto la consacrazione di Jayson Tatum, diventato ormai uno dei volti della lega.

Nell’altra Conference, oltre al fenomeno Doncic, a indossare per la prima volta le divise degli All-Star sono stati Devin Booker (chiamato a sostituire Lillard), il Most Improved Player Of The Year Brandon Ingram e la coppia d’oro degli Utah Jazz, formata da Donovan Mitchell e Rudy Gobert.

Dovrebbe essere solo questione di tempo per altre stelle nascenti come Ja Morant, Zion Williamson e Shai Gilgeous-Alexander. Le possibilità di De”Aaron Fox dipenderanno esclusivamente dal rendimento dei deludenti Sacramento Kings, mentre sembra quasi certa una chiamata fra le stelle di Jamal Murray, reduce da playoff leggendari.

Interessante anche l’elenco degli All-Star mancati, in cui troviamo giocatori che non hanno compiuto l’atteso salto di qualità e altri che hanno pagato l’eccessiva concorrenza. Del primo gruppo fanno parte Andrew Wiggins, Tobias Harris, Aaron Gordon e Myles Turner, del secondo atleti come Zach LaVine, Jaylen Brown, Fred VanVleet, Spencer Dinwiddie, Montrezl Harrell e Lou Williams. Per qualcuno ci saranno nuove chance in futuro, per altri il treno potrebbe aver già lasciato la stazione.

 

9 – MVP! MVP!

Giannis Antetokounmpo ha dominato la corsa all'MVP 2019/20

Giannis Antetokounmpo ha dominato la corsa all’MVP 2019/20

La corsa al premio di MVP (di cui nessuno dice di interessarsi, ma di cui alla fine tutti parlano) non ha riservato particolari sorprese, in questo 2019/20. Giannis Antetokounmpo partiva come favorito a bissare il trionfo del 2019, in quanto miglior giocatore (per distacco) di una delle squadre più competitive della lega. Il fenomeno greco non solo ha mantenuto le attese: le ha superate di gran lunga. Dominante su entrambi i lati del campo da ottobre a marzo, ha guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega (per il secondo anno consecutivo) e ha portato a casa sia il Maurice Podoloff Trophy, sia il premio di Difensore dell’Anno. Le sue performance sottotono ai playoff non tolgono nulla al valore dei traguardi inerenti la regular season; semmai sono una spaventosa dimostrazione degli ulteriori margini di crescita del ragazzo.

L’unico a insidiare Giannis nella caccia all’MVP è stato l’immortale LeBron James, trascinatore dei Los Angeles Lakers e miglior assistman della lega nonostante i 35 anni compiuti a dicembre. Stagione da incorniciare anche per il suo compagno Anthony Davis, devastante in attacco e decisivo in difesa, e per James Harden, miglior marcatore NBA per il terzo anno di fila. Tra gli altri candidati troviamo la sensazione slovena Luka Doncic, che ha riportato ai playoff i Dallas Mavericks, e il super-veterano Chris Paul, leader indiscusso dei sorprendenti Oklahoma City Thunder. Se i premi avessero tenuto conto anche dei seeding games, sarebbero certamente salite le quotazioni di Damian Lillard, che a Orlando ha chiuso la miglior stagione in carriera (30 punti di media) trascinando i suoi Blazers ai playoff a suon di prestazioni mostruose.

Nei pronostici della vigilia avevamo citato anche Stephen Curry e Kyrie Irving fra i potenziali pretendenti all’MVP, ma il loro 2019/20 è stato pesantemente condizionato dagli infortuni. Potremmo trovarli in corsa l’anno prossimo, insieme al rientrante Kevin Durant e a qualcuna fra le giovani stelle che stanno arricchendo sempre più il panorama NBA.

 

10 – Italians (arrivano i rinforzi)

Nella stagione NBA 2019/20 c'erano anche tre giocatori italiani

Nella stagione NBA 2019/20 c’erano anche tre giocatori italiani

A oltre quattro anni di distanza dalla parentesi bostoniana di Gigi Datome e a tre dall’ultima apparizione di Andrea Bargnani con la maglia dei Brooklyn Nets, in questo 2019/20 la rappresentativa italiana in NBA si è finalmente rinfoltita. Nicolò Melli, passato dal Fenerbahce ai New Orleans Pelicans, ha vissuto una stagione molto particolare. Rookie di 28 anni, 10 dei quali passati da professionista in Europa, si è trovato a fare il suo ingresso nella lega in concomitanza con lo sbarco di Zion Williamson. L’infortunio di quest’ultimo ha costretto coach Alvin Gentry a stravolgere continuamente quintetti e rotazioni. Nel vortice è finito anche Melli, che fino a gennaio ha alternato serate con oltre 25 minuti in campo ad altre da spettatore non pagante. Con il rientro di Zion, Nicolò si è rivelato un prezioso comprimario nel nuovo assetto dei Pelicans. La convocazione al Rising Stars Challenge è stata la ciliegina sulla torta di una stagione d’esordio tutto sommato positiva. Una stagione non coronata dai playoff, nonostante l’esplosione di Brandon Ingram. I Pelicans ci riproveranno nel 2021 con un nuovo allenatore, con Gentry sostituito da Stan Van Gundy, e con un roster in continuo mutamento. Non si sa ancora se Melli ne farà parte o meno, ma di certo in questo 2019/20 ha dimostrato che in NBA può giocare, eccome.

La carriera americana di Marco Belinelli, invece, sembra vicina al capolinea. Veterano di mille battaglie con uno scintillante anello al dito (anzi, due, visto il recente matrimonio), ha preso parte alla stagione che ha interrotto la storica striscia dei San Antonio Spurs; dopo 22 anni, la squadra di Gregg Popovich è rimasta fuori dai playoff. Il roster nero-argento 2019/20 era un mix di giovani troppo acerbi e giocatori che hanno ormai superato i loro anni migliori. Non il contesto migliore per Marco, che ha dovuto lasciare spazio agli emergenti Derrick White e Lonnie Walker e ha chiuso con le peggiori cifre dal suo anno da rookie. Diventato free agent, ha di fronte a sè una scelta impegnativa. La sua pericolosità dall’arco e la sua esperienza potrebbero fare comodo a qualche squadra da playoff, ma la possibilità di giocare un paio di stagioni da protagonista nella vecchia Europa potrebbero indurlo in tentazione.

Danilo Gallinari ha vissuto un 2019/20 da ‘precario’. Ceduto dai Clippers ai Thunder nell’affare-Paul George, sembrava solo di passaggio in quel di Oklahoma City. La partenza a razzo degli uomini di Billy Donovan, però, ha fatto tentennare la dirigenza, che ha preferito mantenere inalterato il nucleo e fare un ‘viaggio formativo’ ai playoff. Danilo è stato comunque a un passo dal vestire la maglia dei Miami Heat, poi l’affare è saltato, e Gallo si è imposto tra i leader della squadra. Un gruppo in cui, di fianco agli esperti Gallinari, Chris Paul e Steven Adams, c’erano tanti giovani da svezzare. Ai playoff, l’inesperienza generale e qualche prestazione sottotono dei veterani sono costate la prematura eliminazione. Come Belinelli, anche Danilo è ora libero di scegliere la prossima destinazione. Le strade percorribili sembrano due: andare a caccia di un ultimo, grande contratto, oppure ritagliarsi un ruolo marginale in una squadra competitiva.

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